Congresso provinciale 2022

«L’intelligenza collettiva è condivisione e scambio. È su questo principio che vorrei che il partito tornasse dentro la società, spalancando le porte a chi per anni ha praticato l’impegno civico, l’associazionismo, il volontariato senza tuttavia mai trovare casa nella politica organizzata. La [nostra] sfida è soprattutto questa: spalancare quella porta chiusa, far entrare popolo e ossigeno, passare dal controllo all’ascolto e al dialogo»
Enrico Letta


«Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione. Donde la necessità della lungimiranza – attitudine psichica decisiva per l’uomo politico – ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La “mancanza di distacco” (Distanzlosigkeit), semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l’ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione»
Max Weber (La politica come professione 1919)
Molinara, addì 26 Febbraio 2022

Amici e Compagni, Democratiche e Democratici, illustri Ospiti.
Vi porgo il mio affettuoso saluto e Vi ringrazio di cuore per essere venuti sin qui nella bella sede di Palazzo Ionni a Molinara.
Un caro saluto al Sindaco, Giuseppe Addabbo, padrone di casa sempre disponile, e al compagno Romeo Capozzo, Segretario riconfermato del locale circolo del Partito Democratico.
Siamo nell’ora più buia della storia europea recente dall’età della catastrofe, il trentennio 1914-1945, secondo la famosa definizione di Hobsbawm.
Un grande paese sovrano, quell’Ucraina che abbiamo imparato a conoscere prima per le prodezze sportive di Bubka e Shevchenko, poi per le tante donne e uomini che lavorano da noi, nelle nostre case o presso le nostre aziende edili, è oggetto di una guerra di invasione da parte della Russia di Putin.
Non è giugno del 1941. È febbraio del 2022!

Un riformismo radicale all’interno di un orizzonte progressista
«Progressisti nei valori, Riformisti nel metodo, Radicali nei comportamenti», con queste parole Enrico Letta ha avviato la sua guida del Partito Democratico a marzo dello scorso anno (2021). Una guida che, nel volgere di pochi mesi, ha prodotto un consolidamento dei consensi del partito collocato da tutti gli istituti demoscopici nazionali sul gradino più alto del podio, nettamente sopra il 21/22%.
Eppure il lavoro da fare è ancora molto se intendiamo riportare il PD nell’ambito del suo potenziale bacino di consensi che, sin dalla sua costituzione, era immaginato stabilmente oltre il 30%.
Viviamo tempi «non ordinari» in cui i cambiamenti frenetici, talvolta spasmodici, sembrano lasciare campo esclusivo all’individualità, alla disgregazione, alla volubile e persino capricciosa irrazionalità.
Tempi in cui si è persino messo in dubbio l’assunto che «La Democrazia sia il sistema che, meglio di qualunque altro, permetta a una Comunità di determinare il corso della propria esistenza».
In Europa e nel mondo, è sempre maggiore il numero dei cittadini che hanno la sensazione di aver perso il controllo sul proprio destino, di essere in balia di forze incontrollabili, che riducono la possibilità di ciascuno di influire sulle circostanze della propria vita.
In alcuni casi si tratta di una preoccupazione di carattere economico, ma spesso questo sentimento di insicurezza va anche al di là e investe la sfera della cultura, dell’identità e dello stile di vita. Abbiamo la sensazione che il mondo cambi vorticosamente intorno a noi e che i nostri strumenti per influenzarne il corso siano sempre più fragili, smunti e invecchiati.
La nostra, in sintesi, appare sempre più come un’epoca «disorientata e disorientante» che le singole coscienze e l’opinione pubblica percepiscono, sovente non a torto, come insicura e instabile.
Alle instabilità pregresse degli ultimi (quantomeno) due/tre decenni si è aggiunta poi, con straordinario impeto, la Pandemia da Covid 19 che, ormai da due anni, ci ha tutti «catapultati» in una dimensione di precarietà esistenziale che, almeno in Occidente, era stata espunta dal vissuto e dall’immaginario collettivo.
D’incanto ci siamo scoperti fragili, impauriti e impotenti.
Crisi pandemica e sanitaria, mutamenti economici repentini, questione climatico-ambientale, il ricomparire della guerra nella nostra cara vecchia Europea sono i tratti caratterizzanti la nostra epoca dello «smarrimento e del disorientamento».
In questo quadro, sinteticamente ma non esaustivamente delineato, la politica italiana, è stata ed è orizzontalmente percorsa, con rare eccezione, da proposte – spesso mere reazioni – declinate in via quasi esclusiva sul «breve periodo», ovvero dal «respiro sempre più corto».
Da molti anni, la Politica sembra sempre di più abbarbicata all’oggi, al qui ed ora. Una condizione che, se ci riflettiamo, è la negazione della Politica che dovrebbe anzitutto sostanziarsi della programmazione e realizzazione del bene comune.
Adeguarsi e modellarsi al mutamento, cavarsela con le tendenze e le mode, adattarsi pragmaticamente a ogni stagione sino a piegarsi, talvolta con espedienti oltremodo bizzarri, all’irrazionalità, ne sono gli effetti più evidenti.
Il rischio e, a un tempo il costo, è una «politica orfana di ragione» che finisca per svilupparsi in «mera demagogia tattica».
Perché, quindi, seguitare a fare politica? Il mio tentativo di risposta, certamente parziale e limitato, è che la società e l’individuo, la collettività e le singole coscienze siano ancora i protagonisti e i depositari del cambiamento che, per quanto confuso/indefinito e composito, ricada – e non possa non ricadere – sui nostri destini collettivi ed individuali.
Il Partito Democratico, con tutti i suoi limiti e le (inespresse) potenzialità, è l’unico attore ancora capace di operare in funzione di un «orientamento» del nostro sistema socio-politico, di tracciare una rotta con obiettivi di medio-lungo periodo quale controcanto razionale allo «smarrimento» del tempo presente.
Ma che Politica fare? Quale è il nostro orizzonte di senso?
La risposta, a mio avviso, sulla scia dell’interpretazione della guida del partito avviata da Enrico Letta, è attuare: «un riformismo radicale in un orizzonte di senso autenticamente progressista».
La nostra stella polare, ad un tempo la condizione del nostro essere Comunità, è che la Politica (rigorosamente con la maiuscola), miri ad una società in cui si riducano le disuguaglianze e l’individuo si realizzi nel successo collettivo. Quella società «relativamente uguale, sostenuta da istituzioni che limitino gli estremi della ricchezza e della povertà» richiamata, per citare un prestigioso esempio, da Paul Krugman, l’economista neo keynesiano premio Nobel nel 2018.
Quella società in cui l’individuo, come «animale sociale», quindi politico, si realizza nella sua dimensione «relazionale» e collettiva.
È in ragione di questo movente storico che la comunità politica del Partito Democratico può interpretare ed approcciare il cambiamento della nostra epoca per farne strategia e non tattica, riformismo e non demagogia, rotte verso il futuro e non mera navigazione in balia del vento. Forse e paradossalmente, proprio l’eccezionalità della crisi pandemica, con la conseguente necessità di intraprendere azioni più orientate alla concretezza e meno alla narrazione tout court, può facilitare l’interpretazione di una Politica in cui la spettacolarizzazione ceda finalmente il passo all’impegno responsabile e lungimirante.
Ciò è stato colto dalla Segreteria nazionale che sta fondando su questo tema una sintonia e una ri-connessione sentimentale con il Paese. È questo il tema che anche il PD Sannita deve, a mio avviso, prioritariamente sviluppare e svolgere.
Un’opera di riconnessione territoriale e sentimentale quale condizione prepolitica del fare buona politica.
Dobbiamo, con dedizione e disponibilità all’ascolto, calarci con serenità nei nostri territori, dare prova della nostra presenza nelle nostre realtà, all’interno della nostra casa politica. Tessere le fila di una politica come strumento per una società più giusta, per istituzioni prossime alla vita delle persone comuni, per un armonico sviluppo sociale, per una Democrazia partecipata e decidente sono, e devono continuare ad essere con sempre maggiore chiarezza e nettezza, i nostri tratti distintivi.
È la storia del progressismo nei valori e del riformismo nel metodo, come direbbe il Segretario Nazionale, che deve essere ogni giorno rinnovata e reinventata con lavoro, passione, senso di responsabilità e lungimiranza, partendo dalle periferie e dalle zone marginali sino al centro delle istituzioni rappresentative. Un’azione che parte da Noi per andare oltre Noi.
Ma come agire nella prassi e come organizzarci per conferire concretezza a questi nobili propositi?
Abbiamo bisogno di un Partito aggregante
Il Partito Democratico Sannita deve consolidare e rafforzare il proprio ruolo incalzando le istituzioni per indirizzare i processi di trasformazione del nostro territorio a tutti i livelli. Per proporci in questo ruolo abbiamo bisogno di programmare una nuova fase di elaborazione politica, fondata ed esplicitantesi nello sviluppo di tre coppie metodico-concettuali: «Approfondimento ed Analisi», «Dialogo e Confronto», «Sintesi e Proposta».
Ciascuna di esse va sviluppata come «progettualità organizzativa» il cui protagonista esperienziale è la nostra Comunità politica nella sua totalità.
Coerentemente, la riflessione deve tendere al Collettivo come «esperienza comune» che, in via prioritaria, si espliciti nel «tenere insieme», consolidandole, le singole competenze/esperienze/consapevolezze. Quest’opportunità di lavoro ha in sé enormi potenzialità per condividere e vivere un ampliamento della partecipazione democratica, principalmente nei confronti degli attori e delle realtà politico-associative con cui governiamo il Territorio o con i quali abbiamo intessuto alleanze locali in funzione di una prospettiva di governo comune, senza dimenticare la cittadinanza attiva e partecipativa in senso lato.
Così, ad esempio il PNRR, termine iper abusato, può diventare un’occasione di ricostruzione armonica e sinergica del territorio, contro la tendenza in atto esplicitantesi in soluzioni spot disconnesse le une dalle altre senza una visione programmatica di insieme.
Dobbiamo porre e ri-porre al centro del nostro agire il dialogo sociale. Aprire e riaprire il colloquio costante con i corpi intermedi come partito della prossimità sui territori.
* Nella mia Segreteria conferirò una delega specifica alle politiche di prossimità, missione orizzontale che percorre, attraversandole, tutti gli altri temi e campi di azione politica.
Abbiamo bisogno di un partito in perenne dialogo con Sindaci ed Amministratori
Gli amministratori del territorio sono la più potente risorsa e cinghia di trasmissione tra «politica strategica» e «prassi trasformativa» delle Comunità.
La capacità di sintesi è un approccio culturale ma anche e soprattutto un’impegnativa pratica quotidiana. Dalla fatica includente della sintesi si può arrivare all’azione trasformatrice dei territori. Ci sono vari esempi nel nostro paese in cui il nostro partito è riuscito ad incidere nelle vicende di sviluppo locale grazie a quel radicamento propositivo e partecipativo che ha permesso anche una maggiore speditezza ed efficacia dei processi si trasformazione.
Anche per questo la «connessione» con le nostre comunità deve essere costume condiviso, la premessa rispetto ad azioni di coordinamento e supporto che la Federazione può mettere in atto per facilitare la sintesi tra i nostri Sindaci ed Amministratori nell’elaborazione e nella progettazione di politiche omogenee e sinergiche.
Dobbiamo essere in grado di mostrare, con ogni evidenza, come il nostro approccio alle politiche territoriali sia e possa essere un valore aggiunto e qualificante dell’azione di governo. Trattasi di un approccio che è ancora più efficace e potente laddove la nostra azione si collochi all’opposizione.
La forza del metodo del «tenere insieme» e dei relativi argomenti affonderebbe con successo (con meno difficoltà di quanto si creda) nell’arido panorama di idee e visioni che purtroppo pervade in lungo e in largo la nostra provincia, troppo spesso confusa o intesa come una mera «stazione appaltante».
La storia, non solo recente, ci ha insegnato che uno dei grandi gap competitivi del Sannio è proprio la mancanza di «politiche di sistema».
La nostra Federazione dovrà, con l’impegno di tutti, farsi parte attiva nel sostenere i nostri sindaci e i nostri amministratori, esserne «spazio (agorà) di facilitazione, coordinamento e supporto.
* Sarà pertanto istituita la Conferenza permanente dei Sindaci e degli Amministratori che eleggerà, al proprio interno, un Presidente, funzione permanente degli organismi direttivi.
Vogliamo un Partito proiettato nel futuro
Nella celebre «La politica come professione», tratta da un ciclo di conferenze tenute a Monaco nel gennaio del 1919, Max Weber si interroga sulle peculiarità dell’uomo politico che, a suo dire, deve possedere la passione, nel senso di dedizione ad una causa, la razionalità e, soprattutto, il senso della responsabilità, ovvero deve «rispondere» degli effetti delle proprie azioni.
Queste peculiarità sono indispensabili in quanto il Politico e la Politica hanno il privilegio di «mettere mano agli ingranaggi della storia». (Gli eventi, tragici di questi giorni, dimostrano quanto sia vera questa affermazione!).
Detto altrimenti, la materia con cui la politica opera e, rispetto a cui mette in relazione il suo operato, è il tempo.
Tempo passato, da cui trarre esperienze e conoscenza ma anche e anzitutto tempo futuro, in funzione del quale la politica conforma le proprie azioni, risoluzioni e progettualità. Ebbene, il Partito Democratico deve sviluppare la propria responsabilità politica tendendo all’incontro o al contatto, sempre in divenire, tra considerevoli patrimoni di conoscenza-esperienze della nostra Comunità e preparazione delle nuove generazioni all’impegno politico proiettato nel futuro.
Trattasi di una responsabilità dirimente che va accolta senza esitazione, con spirito di autentica apertura anche verso altri protagonisti culturali ed associativi del nostro territorio. Contaminarsi reciprocamente, avendo ben saldi i nostri profondi valori di fondo, a partire dall’antifascismo e dall’europeismo.
L’ambito di quest’attività è facilmente circoscritta e circoscrivibile nello spazio che intercorre tra la trasmissione di conoscenze ed esperienze e l’acquisizione di nuove competenze e buone pratiche funzionali al continuo aggiornamento e miglioramento della vita politico-amministrativa, dalla mera dottrina sino ai metodi e alla tecniche di comunicazione. Un’esperienza collettiva che qualifica il nostro essere Comunità.
Vogliamo un Partito utile. Un partito organizzato. Un partito militante.
L’organizzazione in un partito è (quasi) tutto. È pietra angolare. Da essa dipende in gran parte l’efficacia dell’azione politica.
Il motore e la cellula del Partito Democratico è costituito dai Circoli che, con la loro attività, conferiscono sostanza a quella serie di rapporti umani che ci rendono Comunità e, attraverso di essi, rendono vivo ed attivo il nostro partito.
Al fine di preservare il tratto distintivo del radicamento territoriale che ci qualifica e ci distingue, dobbiamo però immettere elementi di innovazione.
L’idea romantica di «un circolo in ciascun comune» non è più sostenibile, anche economicamente.
Favorirò, pertanto, aggregazioni/federazioni per aree territoriali per arrivare ad avere delle sedi che siano fruite dai militanti e dai dirigenti dei relativi comprensori. Intendo, poi, riattivare la “liturgia” delle riunioni periodiche della Segreteria Provinciale rendendole «itineranti», ovvero ospitate dai vari circoli locali.
Presupposto di quest’opera è la presenza della Federazione all’interno della vita dei circoli da perseguire con impegno quotidiano, in perenne contatto con i segretari di circolo ed i militanti.
L’Assemblea dei Segretari di Circolo dovrà essere un punto fermo del calendario del Partito Democratico Sannita.

UN PARTITO FONDATO SULLA RAPPRESENTANZA
Richiamandoci all’etimo, un «partito» ha nella rappresentanza di una porzione, di un pezzo di società la sua funzione storica. Partito è appunto «prender parte», è esser partigiani. La nostra distanza da chi predica e pratica la perenne indifferenza delle parti in favore dell’interesse dei (soliti) singoli è culturalmente abissale. Per noi l’uno non vale mai l’altro. Immaginare un centro furbescamente ed opportunisticamente mobile è benzina sul fuoco del discredito della politica.
Il partito, ciascun partito, dovrebbe avere l’ambizione di allevare e produrre una classe dirigente in grado di elaborare una proposta di governo dalle contrade ai livelli più alti delle istituzioni repubblicane.
È attraverso la formazione continua e la selezione di una classe dirigente adeguata che potremo affrontare la crisi dell’idea stessa di comunità che si riverbera, a sua volta, sulla percezione della democrazia rappresentativa e delle sue istituzioni, indebolendole oltremodo. Istituzioni che, non va dimenticato, necessitano di «manutenzione» per rafforzarle ed adeguarle ai tempi.
È noto che i vari tentativi di riforma dell’architettura dello stato, proposte negli ultimi 40 anni, siano miseramente falliti, eccezion fatta per l’obbrobriosa riforma del titolo V del 2001 (mal ce ne incolse) e per la inutile (ad essere buoni) riduzione del numero dei parlamentari. La nostra (tipicamente italiana) perdurante fragilità istituzionale, la nostra tensione corporativa, unitamente all’atavica debolezza di senso dello Stato, minano ogni giorno le fondamenta del nostro essere comunità solidale e partecipe dei comuni destini.
Il Covid-19, poi, ha inasprito e velocizzato il processo di frammentazione sociale.
«Fare rete» tra classe dirigente di amministratori locali e dirigenti e militanti del partito, iniziando dai circoli sino alle associazioni del territorio, può essere un argine concreto al rischio di disarticolazione delle nostre Comunità.
Il PD ha tutte le potenzialità per fare un buon lavoro e migliorarlo laddove è stato carente. Dobbiamo, soprattutto, rendere chiaro ed evidente da che parte si sta, che diritti difendiamo e per quali prospettive/aspirazioni ci impegniamo chiedendo fiducia e consenso.
Finalmente, dobbiamo riappropriarci di una chiara rappresentanza ideale che sostanzi e indirizzi l’azione di un grande partito nazionale come il nostro.

UN PARTITO FONDATO SULLA MILITANZA
Se la rappresentanza politica di una parte è lo «scopo» di un partito, la militanza ne è strumento e prassi.
Che cosa sia la militanza per un Democratico e per le culture politiche che rappresentiamo credo sia un dato persino ovvio. Vero è che, talvolta, è capitato –anche recentemente – di interpretare la militanza alla stregua di un tram. Non può accadere, non deve accadere più!
Il punto su cui noi iscritti e militanti siamo invece chiamati a riflettere, tutti assieme, è come adeguare la militanza ai tempi.
Le Agorà, concepite e definite dal Segretario Nazionale, sono una forma nuova e proficuamente aggregante di partecipazione in cui tutti gli aderenti possono contribuire dal basso, con le loro idee, alla stesura del programma per le prossime elezioni politiche. Immaginare un processo permanente delle Agorà, articolate su più livelli, potrebbe aiutarci ad ampliare la base del nostro consenso e la qualità strutturale delle nostre proposte.
In fondo, il senso delle Agorà è di riaffermare il valore della discussione e del confronto come mezzo democratico e partecipato alla soluzione dei problemi.
Un PD cardine di un campo largo
«Dobbiamo pensare che abbiamo vinto e governato quando abbiamo fatto coalizione», ha detto Enrico Letta all’indomani della sua investitura alla guida del partito. Quando siamo andati per conto nostro abbiamo perso. Nel 1996 e nel 2006, eravamo guidati da Prodi. La coalizione è fondamentale.
Ad aprirsi ci si guadagna sempre. Dobbiamo avere filo da tessere, con logica espansiva. È un percorso difficile e molto ambizioso.
Il Pd è un grande partito che ha la missione di guidare un’ampia coalizione alle politiche del prossimo anno. Vincere le elezioni, governare il paese per riformalo in senso progressista.
Come è noto, ci abbiamo provato anche Benevento allestendo una coalizione ampia, partitica e civica. Abbiamo sfiorato la vittoria in condizioni di contesto non proprio agevoli.
Il 48% degli elettori della città capoluogo – quasi 14mila Beneventani – ha scelto Luigi Diego Perifano e la nostra coalizione, con il PD ampiamente primo partito, confermando peraltro il primato delle regionali. Abbiamo sfiorato il miracolo:
• nonostante la completa deflagrazione della destra che ha raccolto un misero 3%;
• nonostante il venir meno, il 09 agosto, della lista degli amici dei 5 Stelle inciampati per l’ennesima volta lungo la strada dello loro riorganizzazione interna;
• nonostante la Provincia di Benevento, l’ASI ed altre istituzioni locali fossero scese direttamente in campo organizzando liste;
• nonostante due liste di diretta emanazione dei poteri regionali.
Nonostante tutto questo, guardiamo avanti con più passione ed impegno di prima. La nostra dimora è il futuro dove non c’è spazio per il rancore perché ogni energia deve essere indirizzata al bene comune.
Ma con quale legge elettorale voteremo o sarebbe utile che votassimo nel 2023?
Siamo nati con e per il maggioritario con l’obiettivo di condurre il paese verso una stabile democrazia dell’alternanza. Una democrazia decidente sull’esempio delle più avanzate esperienze occidentali. Siamo però rimasti a metà del guado, avendo fallito i vari tentativi di riforma dell’architettura istituzionale. In più, dal 2006, eleggiamo i nostri rappresentanti in parlamento con liste bloccate. Ne è derivato il totale scollamento, con poche eccezioni, delle elites dei rappresentanti dalla base dei rappresentati.
Siamo ora, ad un anno dalle politiche, di nuovo alle prese con una possibile ed auspicabile modifica della legge elettorale. In verità, la frenesia con cui cambiamo il sistema elettorale è essa stessa concausa della cosiddetta «crisi della politica».
Solo stabilizzando le leggi che regolano le elezioni (che sono in una democrazia liberale il momento principale nel quale chi governa risponde dei risultati) e dando ai cittadini una più ricca ed effettiva possibilità di scelta possiamo arginare la deriva dello scollamento e risalire la china di un «rapporto/vincolo di rappresentanza» più autentico.
Una classe dirigente di livello accettabile si seleziona prevalentemente su base territoriale. A tal fine due sono gli strumenti possibili: i collegi uninominali o il proporzionale con preferenze. Non esistono soluzioni mediane se non variazioni sul tema del porcellum.
È mia convinzione – peraltro condivisa da tanti storici difensori del maggioritario – che nell’attuale disarticolato quadro politico/partitico (effetto a mio avviso dei plurimi falliti tentativi di riforma istituzionale), una re-introduzione del proporzionale, con preferenze, conferirebbe linfa vitale al sistema paese contribuendo a riconnettere politica e cittadini, rappresentanti ed elettori, territori e centri decisionali.
Una logica proporzionale ridarebbe slancio anche ai partiti il cui ruolo è, costituzione alla mano, fondamentale per la vita democratica.
Un partito è «un mezzo in funzione di uno scopo». Abbiamo bisogno che il PD sia strumento di un riformismo radicale in un orizzonte di senso autenticamente progressista.
Talvolta rivolgersi alla Storia – nota maestra con pochissimi scolari – può facilitare un giusto approccio alle cose. La contrapposizione massimalismo vs riformismo è costitutiva del patrimonio genetico della sinistra occidentale dalla seconda metà del XIX secolo.
I Socialisti – uso questa dizione in senso ampio – non sono stati gli unici a condannare le ingiustizie del mondo. Ciò che, tuttavia, ne rese più seducente l’azione politica è stata «l’idea di futuro» [la società libera e giusta] laddove la capacità organizzativa [il partito e il sindacato] ne ha certamente determinato la maggiore efficacia.
Ben organizzati in funzione di uno scopo/ideale. È la logica dei fini e dei mezzi. Da allora in poi, l’intera storia della sinistra è percorsa dalla tensione tra scopi ultimi e strumenti contingenti, tra meta ideale e singole conquiste sociali.
Come direbbe Tommaso Nannicini «C’era chi aspettava la rivoluzione e chi voleva qualche diritto. Quest’ultimi erano i Riformisti che hanno scommesso sugli ampi spazi che il suffragio universale consentiva all’interno della democrazia liberale e sulla capacità del modello capitalistico di autoregolarsi attraverso la lotta e l’azione politica». E hanno vinto. Non da Soli! I socialisti riformisti hanno scritto le pagine più belle alleandosi con il cattolicesimo sociale e il liberalismo egualitario».
È grazie a queste vittorie che il termine riformista tracima gli argini della tradizione socialista propriamente detta finendo per essere usato (talvolta abusato) da gran parte del mondo progressista e di centro sinistra (e non solo).
Eppure, nel momento in cui il riformismo storicamente vince, inizia la sua crisi. Ritornando, per un attimo, all’anno che cambiò la Storia, il 1989, è evidente come da esso si ingeneri quella crisi.
Se la fallacia del marxismo-leninismo aveva condotto alla catastrofe liberticida del comunismo di stato, ciò non toglie che quella vicenda collettiva avesse fornito un afflato morale e una potente idea di futuro che altri non avevano. Aveva emozionato ed appassionato generazioni di donne e uomini sospinte dall’ideale di una società finalmente emancipata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Quel 09 novembre del 1989 a Berlino, insieme al muro e all’illusione di una storia fallace si spense il sogno di una società libera e giusta, ideale che aveva mosso e coinvolto milioni e milioni di lavoratori. Qualcuno parlò addirittura di «fine della Storia» e la Sinistra, spaesata, finì per perdere di vista gli ideali che spingono l’azione collettiva. Accade così che gli eredi dei grandi riformatori del Novecento finiscono per divenire i Tecnocrati del secolo dopo.
Sconfiggendo le ideologie, abbiamo perduto gli ideali.
Eliminando le distorsioni dello stato sociale non ci siamo più occupati dei nuovi rischi e delle nuove ingiustizie che il globalismo stava originando.
Condannando e superando la distorsione partitocratica, abbiamo demolito i partiti.
Riducendo le potenzialità e i campi di manovra degli stati nazionali, non abbiamo costruito altre forme compiute di sovranità che consentissero alla Politica di dare quelle risposte concrete e fattuali prima in capo agli stati in via esclusiva.
In questo senso, il PNRR, ovvero il debito comune europeo, ha rappresentato un netto salto in avanti verso la dimensione statuale dell’Europa, come lo saranno, mi auguro, la Difesa e l’Esercito europeo, inverando ancora una volta l’adagio che l’Europa si faccia nei tempi di crisi.
Ritornando alle ragioni della crisi della Sinistra e del Riformismo, è a mio avviso innegabile che dal 1989 a seguire abbiamo «buttato via svariati bambini» – gli ideali di giustizia ed eguaglianza – con l’acqua sporca dell’ideologia comunista.
Governabilità, crescita ed espansione economica, meritocrazia, riforme istituzionali e del mercato del lavoro sono tutti strumenti, non obiettivi!
Lo stesso vale per l’abusata dicotomia «Stato vs mercato» che ha un senso solo se contestualizzata. Nessun Riformista potrà mai negare che l’intervento pubblico sia fondamentale per promuovere giustizia sociale e crescita inclusiva. Lo stato e il mercato sono dei mezzi. È necessario comprendere quando occorre incrementare l’azione dell’uno o dell’altro in funzione gli obiettivi che ci si è dati in un determinato contesto socio- economico, senza dimenticare il ruolo essenziale che gioca il «terzo attore» sulla scena: la spinta alla crescita inclusiva che può arrivare dal privato sociale e dal terzo settore.
Oggi, anche sulla scia del testo della Mazzucato, lo Stato Innovatore, si parla di nuovo di Stato imprenditore quale condizione dell’innovazione, che è sempre più strategica.
Urge tuttavia definire chiaramente cosa sia strategico.
È certamente essenziale promuovere innovazione tecnologica che aiuti a produrre beni pubblici (salute, istruzione) e che permetta alle imprese di creare lavoro invece di sostituirlo, ampliando tutele e salari. È irresponsabile e molto meno strategico salvare aziende decotte inseguendo un consenso immediato che alimenti false speranze. Ogni riferimento al caso Alitalia e simili non è per nulla casuale.

Dobbiamo essere Progressisti nei valori
La domanda, a questo punto, è: cosa dobbiamo fare? Il mio tentativo di risposta, limitato e senza pretese conclusive, è che la sinistra riformista debba prendersi cura, con pazienza e determinazione, dei tanti «bambini» che ha buttato via con l’acqua sporca dell’ideologia.
Detto altrimenti, ci sono ideali da ri-focalizzare, nuovi pezzi di stato sociale da costruire, partiti da ripensare, una nuova sovranità europea da inverare e far vivere.
⌠* L’attualità ci dimostra ora per ora quanto urgente sia accelerare sugli Stati Uniti d’Europa. Un’impellenza geopolitica, economica, sociale e strategica⌡.
Non è tempo di riforme ma di cambiamenti radicali.
La crisi pandemica non ci chiede solo di curare le ferite sociali che ha creato, ma di rispondere alla domanda di non tornare al mondo di prima, che è entrata nella coscienza collettiva. D’altro canto i «cambiamenti radicali» sono da sempre la quintessenza del riformismo.
Sono stati atti rivoluzionari ed eminentemente riformisti:
 il suffragio universale, indipendente dal censo.
 Il sistema pubblico di istruzione che ha permesso a tutti di studiare e realizzarsi, a prescindere dalle condizioni sociali di partenza.
 L’emancipazione delle donne che le ha rese padrone del proprio voto e del proprio corpo.
 Lo stato sociale, la più grande costruzione del riformismo socialista, del cattolicesimo sociale e del liberalismo egualitario.
Pertanto, il cuore del nostro impegno militante deve ripartire dal rendere universale ciò che è solo per alcuni. Deve affermare che i diritti, le tutele, le opportunità o sono rivolte anzitutto all’ultimo della fila o, semplicemente, non esistono.
Badate che si tratta, in altre parole, dell’art. 3 della Costituzione Repubblicana. Una costituzione che, da Riformista, non ho mai pensato fosse la più bella del mondo. Non a caso richiederebbe una profonda revisione di cui dibattiamo da almeno 40 anni.
Però quell’articolo, il terzo, è il più bello di tutte le Costituzioni del mondo. Rileggiamolo insieme: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Dobbiamo avere un’idea chiara di dove andare, verso un futuro dove chi è nato indietro sia portato avanti. Le scelte da fare, ovviamente, dovranno essere coerenti con la meta che siamo preposti.
• Abbiamo urgenza di un futuro senza diseguaglianze di genere
La stragrande maggioranza (ben 4 casi su 5) delle disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro (il fatto che le donne lavorino meno, guadagnino meno etc) è ormai spiegato da un unico fattore: «fare figli». Il punto cruciale è il tempo rispetto al quale dobbiamo operare un cambio di paradigma e passare dall’idea per cui «solo le donne debbano conciliare vita e lavoro» a modelli in cui il «tempo del lavoro retribuito e quello del lavoro non retribuito» siano distribuiti in modo più equo nelle famiglie. In altri termini, il diritto del lavoro deve procedere verso una genitorialità condivisa. Quindi, non meri giorni in più di congedo di paternità, ma una riorganizzazione sistemica che includa misure per le persone, le imprese e i servizi territoriali.
• Ritorno a Turati: «Tutte le libertà sono solidali»
Un riformismo che issi di nuovo le vele verso un’idea di emancipazione, legata a lavoro e stato sociale, supererebbe nei fatti la stantia e presunta contraddizione tra diritti civili e diritti sociali.
 Un dipendente la cui impresa delocalizzi in mercati dove il costo del lavoro è più basso non soffre di meno se è anche vittima di discriminazioni per il genere della persona che ama.
 Un lavoratore che a stento arrivi alla fine del mese non soffre di meno se, al contempo, vive il dramma di un congiunto che chiede di accedere a una fine vita assistita.
 Nessuno di noi può dire di «stare meglio» o di «non essere toccato» quando questo genere di ferite ai diritti individuali rende la nostra società meno libera e meno giusta.
Per dirla con un padre del Riformismo: «Le libertà sono tutte solidali, non se ne offende una senza offenderle tutte» (Filippo Turati).
È con questa idea di futuro in mente che dobbiamo portare avanti le nostre battaglie per i diritti da inscrivere all’interno di un comune orizzonte di senso – una visione collettiva – e non come sommatoria di singole richieste avanzate da minoranze.
Ed è questa idea di futuro che dovrebbe farci vergognare e scandalizzare se non si approva una nuova legge sulla cittadinanza che garantisca chi è nato e chi ha studiato in Italia: sono i compagni di banco dei nostri figli, dei nostri nipoti, sono figli dei nostri amici, italiani con meno diritti degli altri.
Nel tempo storico in cui viviamo, qualsiasi idea di progresso e di giustizia è legata, in Europa e nel mondo, ad un nuovo socialismo, popolare e liberale. Perciò, siamo e dobbiamo essere un partito, ovvero una Comunità di persone, che si pone l’obiettivo ideale dell’emancipazione, soprattutto di chi ha condizioni di svantaggio.
Le proposte politiche non potranno che essere conseguenti e coerenti.
Conclusioni
Credo, infine, che oggi si avvii e si rilanci un percorso. Abbiamo molto da lavorare. Lo dovremo fare con l’entusiasmo di chi sa di avere molto da dire e di essere ancora il riferimento politico di tanti amici e compagni.
Dovremo, con umiltà e determinazione, semplicemente fare il Partito Democratico, quello vero e che talvolta rischiamo di perdere di vista.
Abbiamo la fortuna di contare tra le nostre fila protagonisti istituzionali, nazionali, regionali e provinciali di altissimo profilo. Dovremo ancor più lavorare e fare squadra con il gruppo dirigente. Un lavoro di sintesi e di impegno condiviso. Convinti, ciascuno di noi, che l’interesse primo non può che essere quello della nostra Comunità e dei nostri concittadini.
Quello che sostanzialmente propongo è un’azione determinata, paziente e serena, da vivere con la passione per il bene comune, del Sannio e dell’Italia.
Perché il Sannio, come l’Italia, ha bisogno di un PD forte e autorevole, competente e attento, sensibile e inclusivo.
Un PD che sappia valorizzare, in modo puntuale, quelle esperienze amministrative che si svolgono in modo esemplare nei nostri comuni.
Che sappia mettere in campo progetti, idee e proposte sulla qualità del presente e del futuro nel nostro territorio, in modo serio e con credibilità.
Che sappia interloquire, con adeguata autorevolezza e intelligenza, con le istituzioni sovra-territoriali.
Che sappia fare politica con spirito libero e senza timidezze anche sul nostro territorio dove non abbiamo, in questa congiuntura, responsabilità di governo. Possiamo e dobbiamo usare il linguaggio della chiarezza.
Un PD che metta al centro il lavoro, il rispetto e la dignità dei lavoratori.
Che sappia ascoltare le nuove generazioni, invitandole a riscoprire la passione, il gusto, la bellezza della politica e della partecipazione, perché solo così progetti e idee avranno la giusta forza per imporsi.
Amici e Compagni, siamo chiamati ad una prova di coraggio.
Dobbiamo mettere in campo la passione di sempre, l’amore per la militanza partitica, privilegiando sempre l’ascolto ed il coinvolgimento dei cittadini, dei militanti e di chi vorrà in maniera costruttiva condividere con noi questo cammino.
Non possiamo aspettare che qualcuno al posto nostro affronti e risolva i problemi, anche perché non accadrà mai.
Dobbiamo sortirne insieme, questa è la Politica. E andare Avanti, Uniti, con passione, senso di responsabilità, lungimiranza ed il cuore ricolmo di fiducia e speranza. Memori delle parole di David Sassoli dello scorso 23 dicembre «la speranza siamo noi quando non chiudiamo gli occhi davanti a chi ha bisogno, quando non alziamo muri ai nostri confini, quando combattiamo ogni forma di ingiustizia».
Viva il Partito Democratico.
Viva il Sannio
Viva l’Italia

Molinara, 26 febbraio 2022
Il Segretario Provinciale
Giovanni Cacciano